Non c’è nulla da convertire: conoscere e contrastare le pratiche di conversione

In Svizzera si apre un nuovo capitolo nel percorso verso un possibile divieto delle pratiche di conversione.
Ma cosa sono, come si riconoscono e perché è importante parlarne anche in Ticino?
 
Il tema delle cosiddette *terapie di conversione* è tornato al centro del dibattito pubblico svizzero.
 
Il 2 settembre 2026 il Consiglio federale ha adottato un rapporto sulle pratiche di conversione rivolte alle persone LGBTQIA+ e ha riconosciuto l'opportunità di introdurre un disciplinamento uniforme a livello nazionale. Il Governo ha inoltre ribadito la propria opposizione a queste pratiche, riconoscendo che rappresentano una realtà anche in Svizzera e che possono causare sofferenza alle persone che vi sono sottoposte.
 
Si tratta di un passo importante. Ma per comprendere perché sia necessario intervenire è fondamentale capire di cosa stiamo parlando.
 
Cosa sono le pratiche di conversione?
 
Con l'espressione pratiche di conversione si indicano interventi, pressioni o percorsi che hanno l'obiettivo di modificare o reprimere l'orientamento sessuale, l'identità di genere o l'espressione di genere di una persona.
Alla base c'è l'idea che una determinata caratteristica della persona sia sbagliata, indesiderabile o non conforme a una presunta “normalità” e che, quindi, debba essere cambiata.
 
Queste pratiche possono assumere forme molto diverse.
 
Non esiste necessariamente un'unica modalità, né si presentano sempre in maniera evidente. Possono comprendere pressioni verbali, colpevolizzazione, imposizione di determinati comportamenti, isolamento, manipolazione psicologica o pratiche che coinvolgono la dimensione religiosa.
 
Possono inoltre verificarsi in contesti differenti: all'interno della famiglia, durante l'infanzia o l'adolescenza, in comunità religiose, oppure in contesti psicoterapeutici o sanitari. Il Consiglio federale sottolinea proprio l'ampiezza di questi possibili contesti.
 
Non tutte le esperienze di esplorazione sono “conversione”
 
È importante fare una distinzione.
 
Una persona può interrogarsi sul proprio orientamento sessuale o sulla propria identità di genere. Può avere dubbi, cercare informazioni, parlare con una persona professionista, attraversare momenti di incertezza o modificare nel tempo il modo in cui definisce se stessa.
 
Tutto questo fa parte della libertà di esplorare la propria identità.
 
Un percorso di sostegno dovrebbe permettere alla persona di comprendere meglio ciò che sente, senza imporre un risultato.
La differenza fondamentale sta quindi nell'obiettivo.
 
Accompagnare significa lasciare spazio all'esplorazione.
Convertire significa cercare di portare la persona verso un risultato prestabilito.
 
Una persona può cambiare. Ma deve poterlo fare liberamente, non perché qualcuno le abbia fatto credere che il suo orientamento, la sua identità o la sua espressione siano un problema da correggere.
 
Perché parliamo di “pratiche” e non soltanto di “terapie”?
 
Il termine terapie di conversione può essere fuorviante perché suggerisce che il fenomeno riguardi esclusivamente la psicoterapia o la medicina.
 
Non è così.
Le pratiche di conversione possono manifestarsi in numerosi contesti e possono essere messe in atto da persone con ruoli e responsabilità differenti.
 
Per questo è più corretto parlare, in senso ampio, di pratiche di conversione.
 
Non stiamo parlando di una terapia riconosciuta per una condizione patologica.
 
L'orientamento sessuale e le diverse identità di genere non sono malattie da curare.
 
Il problema non è quindi trovare una terapia “migliore” per cambiare una persona. Il problema è riconoscere e contrastare pratiche che partono dall'idea che quella persona debba essere diversa da ciò che è.
 
Un fenomeno che riguarda anche la Svizzera
 
Per molto tempo le pratiche di conversione sono state raccontate come qualcosa che apparteneva al passato o che riguardava soltanto altri Paesi.
La realtà è diversa.
 
Il Consiglio federale riconosce che queste pratiche sono presenti anche in Svizzera, pur sottolineando che non esistono dati precisi sulla loro diffusione.
È proprio questa mancanza di dati completi a rendere importante continuare a raccogliere testimonianze, produrre ricerca e formare le persone che lavorano nei servizi di salute, educazione e sostegno.
 
Dietro ogni percentuale, però, ci sono persone.
 
Persone alle quali è stato detto, direttamente o indirettamente, che il loro modo di amare, il loro genere o il modo in cui lo esprimono non andava bene.
 
 E in Ticino?
 
Il dibattito nazionale riguarda anche il nostro territorio.
Un eventuale disciplinamento federale potrebbe rappresentare un passo importante per garantire una protezione omogenea alle persone LGBTQIA+ in tutta la Svizzera.
 
Ma una legge, da sola, non basta.
 
Servono informazione, prevenzione e formazione. 
Servono professionistə capaci di accogliere senza pregiudizi.
Servono famiglie che possano trovare strumenti per accompagnare i propri figli e le proprie figlie senza cercare di cambiarli.
Servono luoghi nei quali una persona possa parlare delle proprie domande senza paura di essere giudicata.
E serve soprattutto continuare a costruire una cultura nella quale l'orientamento sessuale, l'identità e l'espressione di genere non vengano considerati qualcosa da correggere.
 
 
Questo articolo prende spunto dall'articolo di RSI Info “Genere e terapie di conversione: passo avanti verso un divieto”, pubblicato il 2 settembre 2026.
 
Fonte:** RSI Info / Agenzia Telegrafica Svizzera.

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